|
sabato 2 maggio 2009
Compleanno della città: due nuovi ingressi per l'Alessandria di domani
Il ponte Meier se il Cittadella verrà abbattuto e la casa dell'edilizia di Libeskind presi come esempi per dimostrare che la città potrà avere un grande futuro. La Cittadella è la storia, ma anche un'opportunità tra le più grandi. Le risposte alle domande della gente alluvionata
Discorso al Compleanno della Città – 2 maggio 2009 - ore
10,30 – Tinaio degli Umiliati
“Alessandria di domani: un’idea di città”
Gli alessandrini sono
mediani, mesopotamici, grigi perché sospesi tra il nero e il bianco, nel
titanico tentativo di superare la loro stessa natura di uomini della terra di
mezzo…
Poi tre puntini di sospensione, quasi a lasciare un intervallo da riprendere
chissà quando. Così terminavo l’intervento dello scorso compleanno. E da lì
riprendo. Dal luogo e dal carattere della civitas.
Garantitemi l’immunità, almeno per alcuni minuti, dalla responsabilità della mia
carica. Consentitemi di poter spaziare fuori dai confini temporali del mio
mandato. Visionario. Immaginifico senza essere vate. In realtà uno dei tanti che
possa esprimere un disegno di città per il domani, sperando di poterlo
consegnare ad altri, di riuscire a spiegarlo anche al più scettico degli
alessandrini. Perché la nostra fantasia è il viatico migliore per farci
convincere della giustezza della nostra direzione.
Parto di qui, dunque, dalla terra di mezzo, che proprio in questi giorni si è
certificata per la sua contraddizione: ricca per i fiumi che la solcano, povera
per la stessa ragione quando questi gonfiano ed ogni volta reagiscono
diversamente, ma confezionano drammi agli uomini che spesso dimenticano le loro
esperienze e solo nel dramma ricordano, solo all’annuncio del sopraggiungere
della tregenda ansimano per non essere sicuri, per non aver ancora fatto, per
essersi scordati di un particolare o di non aver avuto il coraggio di decidere.
Eppure quei due fiumi costituiscono i confini naturali del nostro disegno
odierno di città, sono le linee più pure da evocare per chi vuole entrare in
Alessandria. E ancora una volta ci danno il senso delle nostre porte, che però
devono essere aperte, generose, accoglienti, probabilmente superate in
sicurezza, ma superate.
Ma come fare a mantenere la storia per tentare di percorrere una nuova strada,
un nuovo disegno concentrico della città, che ci porti fuori degli argini a
pensare ad uno sviluppo nuovo del costruito, del recupero naturalistico, delle
funzioni economiche? Semplice, enfatizzando la loro presenza. Sembra un
paradosso, eppure siamo già pronti, basta guardarci intorno e scoprire lo
scrigno che abbiamo talmente nascosto da non saper più rintracciarlo… Ora lo
abbiamo nuovamente tra le mani. Apriamolo…
Le vicende del ponte Cittadella sono note. Ma pensate come la memoria che
potrebbe domani esserci sottratta per il nuovo ordinamento antropico del nostro
assetto idraulico, deciso a seguito dell’alluvione del 1994, potrebbe essere
ricaricata, riattivata, conservata e risarcita. Il ponte Meier, di cui deteniamo
già il progetto esecutivo, ha questa funzione. Segnare una porta, marcare un
confine, senza impedirne l’accesso, ma esaltando l’accoglienza, con un grande
segno – l’arco –, di chi entra nella città tra i fiumi, nella terra di mezzo,
quasi a indicare con le sue sinuosità la flessibilità del nostro carattere, il
superamento di una dimensione intimistica e chiusa, quell’understatement snob e
minimalista che fin qui ci ha contraddistinto e che quella nuova traccia, per le
sue peculiarità e le sue dimensioni, il suo colore, ci aiuta a superare… Già, il
bianco, non un non-colore, non solo un componente essenziale del grigio, ma la
somma di tutti i colori, per tenere insieme la nostra propensione alla pace,
alla multirazzialità, alla fratellanza universale, all’accettazione delle
culture più diverse, ma sempre in un quadro ove la nostra sia spiegata,
conosciuta, rispettata, accettata e migliorata, perché anche la cultura è
contaminazione, è sforzo continuo di aggiornamento, è intelligenza di un popolo
– quello alessandrino – che sa guardare nell’animo delle persone buone e non si
ferma davanti al colore della pelle o al vestito che ognuno vuole indossare. Un
popolo che conosce la libertà e vuole tracciarne altre dimensioni più vaste,
spostare la soglia del livello fin qui raggiunto verso lidi più alti, verso
approdi più sicuri. E cosa può esserci di miglior simbolo di un ponte per
sancire questa propensione?
Vedete, io sono stato in mezzo ai cittadini che soffrivano le pene del timore
che il fiume in questi ultimi giorni potesse superare gli argini faticosamente
conquistati; sono stato fra chi era stato colpito dall’insulto dell’acqua nelle
sue cose più intime. E ho trovato, in quelle mani che stringevano fiere la mia,
in quegli occhi indomiti che guardavano i miei, una forza incredibile: voler,
ancora una volta, riprendere, ricominciare, non dichiararsi sconfitti… mai…
ancora una volta! Nonostante il rischio. A momenti considerando il fiume un
amico che ti viene a far visita, piuttosto che un tuono ostile e impetuoso.
Ma quelle intelligenze diffuse mi comunicavano che non avrebbero più tollerato
che la città rimanesse, nostalgica di un passato superato, a non difenderli, a
non accettare il loro status, ad aspettare imbelle che qualcuno si assumesse le
proprie responsabilità. Chiedevano che qualcuno si decidesse a rappresentare le
loro ragioni, consapevoli della limitatezza dei nostri poteri, ma altrettanto
convinti che la forza delle loro e della nostra volontà li avrebbe per un domani
messi al riparo dal ripetersi di eventi del genere.
Si deve vivere di memoria, non di nostalgia.
E noi, nel disegnare il futuro della nostra città, insieme a tanti altri che
hanno deciso finalmente di affiancarci, dobbiamo tener conto anche di questo
aspetto: la sicurezza di una città non è solo quella di una sua porzione; la
sicurezza dei miei concittadini è una soglia di libertà.
Negli “specchi strategici” che hanno tipizzato la 405esima Fiera di San Giorgio
appena trascorsa, abbiamo raccolto tante idee sulla nuova città. Chiedo ai
componenti di “Alessandria 2018” di tener conto anche di quei visi, di quelle
mani, di quei racconti, di quelle richieste che ho raccolto, e che affido ora
non solo ai tavoli operativi per l’immediato, ma anche a quelli che dovranno
regalarci uno schizzo possibile di futuro.
Lasciatemi per un attimo ancora ritornare ai fiumi che segnano la nostra
mesopotamia. Dall’altro lato, da quello della Bormida, la natura ci ha regalato
un capolavoro, un grande, secolare platano. Parto da lì per indicare un altro
ingresso della città che può riprendere le stesse particolarità di quelle prima
tracciate per il Tanaro.
La leggenda consegna a Napoleone il merito di averlo piantato. La assumiamo nel
nostro repertorio. Del resto sono convinto che la grandezza di una città è
costruita anche dai suoi cantori.
Ebbene, Napoleone è il simbolo di un contrasto: da una parte il rivoluzionario
che importa i principi di uguaglianza, di libertà, di fratellanza nelle nostre
terre; dall’altra l’usurpatore che sottrae i figli ai contadini per mandarli a
morire in guerra e che il brigantaggio combatte con veemenza: “Imperator
canaglia” recita una filastrocca di una canzone popolare dell’epoca.
Contaminazione e contrasto. La nostra storia. E chissà quante altre storie sono
fatte da questi ingredienti.
Non potevamo lasciarci sfuggire questo patrimonio. Bastava un solo uomo con idee
fantastiche, a rappresentare questo nostro racconto. Così Daniel Libeskind ha
voluto sottolineare un altro ingresso della città, sublimando in pochi segni
ogni nostra parola, ogni nostro retaggio, ogni nostro desiderio. Il suo progetto
rivaleggia con l’immenso platano, si sporge ai confini del costruito per
dettarne un altro episodio colossale, organizza il mondo incantato delle nostre
leggende rendendolo funzionale agli usi degli uomini.
Il nuovo palazzo dell’edilizia parte da lì e condensa, attraverso la
meravigliosa sintesi di Libeskind, le nostre tante città: quella della luce,
quella del verde, quella dell’energia, quella della cultura. E lì si staglia,
nell’intrecciarsi di due forme pure, la piramide e il parallelepipedo, che
intersecandosi si sporcano a vicenda nella ricerca del contrasto e della
contaminazione sulle cui orme avevamo gettato l’archistar, trattandolo da
investigatore raffinato e colto.
La piramide, ancora una forma napoleonica, in quanto l’imperatore voleva
effettivamente costruirne una a Marengo, alta una trentina di metri, come
sacrario per gli eroi della battaglia. Ne approvò il progetto. Iniziò la sua
costruzione. E qui inizia un giallo per altri investigatori. Dove? Perché non se
ne trovano le impronte? Chi le ha cancellate? Oggi, nei pressi della Villa
Delavo si ricorda quella volontà erigendo simbolicamente una piramide, e il
sistema edile alessandrino ne raddoppia la memoria, reinterpretando con
Libeskind lo skyline della città e fissandone un ingresso di immenso e
straordinario valore.
Come sarebbe stata diversa la nostra città se Napoleone fosse riuscito a
costruire, entro Tanaro, il più grande arsenale d’Europa? Anche allora, pensando
alla città, ci si era posti il problema di stare dentro e fuori dai fiumi, non
ritenendoli una soglia invalicabile, una difesa, ma una grande opportunità, come
la Senna a Parigi, il Tevere a Roma, il Tamigi a Londra. L’idea di una città
europea, di un’Alessandria riconosciuta dal Sacro Romano Impero si pesca al di
là del 1200, dalle parti di quella lontana fondazione che noi oggi celebriamo e
a cui aggiungiamo altri tasselli di storia, avendo ottenuto la custodia della
Caserma Valfrè e soprattutto della Cittadella dopo lustri di sterili
discussioni, rispolverando il Codex Statutorum e offrendo, a poco meno di
cinquecento anni dalla sua prima stampa, una traduzione italiana che darà
certamente novello smalto agli studi sulla nostra storia…
Ecco, vi consegno questi segnali. Per ora marchiamo con grandi opere l’ingresso
di una grande città, in attesa che anche i contenuti maturino, si adeguino,
imparino da quei segni come respirare insieme alla bellezza, all’apertura, alle
novità senza considerarle ostili, ma prendendole come occasioni di crescita.
Vedete, abbiamo appena socchiuso lo scrigno e abbiamo intravisto quante pietre
preziose contiene. Non richiudiamolo più. Mai più…
Buon compleanno, Alessandria
Piercarlo Fabbio
Sindaco di Alessandria
|