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sabato 14 novembre 2009
Vivere con libertà senza menzogna
A vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, Teresa Curino traccia una breve ma intensa riflessione
L’89 è l’anno
“formidabile” in cui esplosero tutte le tensioni politico-sociali maturate nel
blocco dei paesi del socialismo reale dell’Europa dell’Est e molti popoli
riacquistarono la libertà perduta dal dopoguerra.
Il 9 novembre del
1989 cadde “il simbolo”: il Muro di Berlino. Fu proprio distrutto: buttato giù
blocco di cemento per blocco di cemento, da uomini che avevano bisogno di questa
opera fisica e simbolica per poter respirare a pieni polmoni. Come ci hanno
ricordato le manifestazioni di questi giorni il primo gesto non fu spargere
sangue, come le rivoluzioni fanno sempre, ma la musica. Mstislav Rostropovich,
il violoncellista amico di Solgenitsin, improvvisò un concerto. Andò sotto ciò
che restava del muro e inondo di armonie l’aria di Berlino, il mondo intero.
Solo la musica, solo la bellezza poteva spiegare, penetrare, proporre l’essenza
di quanto accadeva. Gli uomini e i popoli hanno dentro di sé una scintilla che i
tiranni si illudono di aver spento, o di controllare con gli assassinii o i
lager, ma quando tutti paiono stanchi ci si accorge che vivere da uomini esige
di poter vivere secondo le dimensioni piene della libertà e della verità.
Verità, libertà e
democrazia erano diventate, in quegli anni, parole d’ordine dei movimenti del
dissenso nell’Europa orientale.
Per questo mi sembra
doveroso ricordare, tra i tantissimi, il premio Nobel Aleksandr Solgenitsin. che
spiegò proprio a Stoccolma che in Russia c’erano uomini che avevano cominciato a
“vivere senza menzogna”,o come fecero gli operai polacchi di Danzica, radunati
intorno al Papa e alla potenza dirompente del suo messaggio o a Jan Patocka e
Vaclav Havel (Charta ‘77) capaci non solo di teorizzare una critica politica, ma
capaci di creare istituzioni educative e culturali che animavano il mondo del
dissenso.
Mi piace concludere
con le parole di E. Bettiza (La fine del novecento) che ben sintetizza una
verità che in questi giorni non tutti tengono nella giusta considerazione:
“L’unico che, all’epoca, dava impressione di muoversi come un veggente fra una
marea di ciechi era il perspicace Pontefice venuto dal freddo, che teneva il
passo alla storia e non dava mostra di temere l’imminente cataclisma.
Karol Wojtyla era il solo a volere che precipitasse al più presto ciò che stava
per precipitare sulla Vistola e di là dalla Vistola”.
Teresa Curino
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