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Piercarlo Fabbio Sindaco di Alessandria

   
   

   

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09/11/2004

Dieci anni dopo l’alluvione. La storia persa tra gli argini

Le celebrazioni del decennale? Un’occasione persa. Si è ricordato il volontariato, dimenticando la storia, i suoi protagonisti, la forza e il coraggio del popolo alessandrino

   

Dieci anni dopo l’alluvione. La storia persa tra gli argini

Fabbio riflette su come sono state proposte le celebrazioni del decennale dell’alluvione del 1994. È probabilmente solo il primo atto di un più ampio ragio-namento sull’alluvione e sulle sue conseguenze per la città di Alessandria. Ecco il testo:

“Mi è molto più piaciuta l’interpretazione di mons. Vescovo Fernando Charrier sullo slogan che ha contraddistinto le manifestazioni del decennale dell’alluvione: senza di voi avremmo fatto una bella faticaccia, ha spiegato il presule nell’omelia della Santa Messa officiata domenica nella Cattedrale di San Pietro. Più piaciuta rispetto a che? Allo slogan ufficiale scelto dai vertici dell’Amministrazione Comunale che con l’ispirato “grazie a tutti, senza di voi non ce l’avremmo fatta” ha, in un tempo, legit-timamente valutato il lavoro dei volontari, ma anche ipocritamente (absit iniuria verbis) non tenuto conto fino in fondo delle nostre forze e della capacità di reazione di un’intera città, della rabbia e della disperazione, del coraggio che fa superare le og-gettive paure e spazza le fatiche nella ricerca spasmodica della rimozione del fango e del ritorno alla normalità. Ma si può continuare a vivere di captatio benevolentiae? “I quartieri alluvionati perdono nella mota i loro ricordi più recenti – scrivevo su “Alessandria e il Tuono”, pochi giorni dopo l’alluvione – Montagne di rifiuti. Dune di cose della quotidianità. La storia sociale che se ne va con l’acqua. Alessandria per metà vivrà di malinconia, di nostalgia, senza poter materializzare i ricordi. Esisterà nella storia riflessa, nel racconto delle tradizioni, negli scritti degli studiosi… Ad Alessandria c’è un popolo ancora una volta derubato negli affetti più profondi, depau-perato di quei simboli da mostrare ai figli, alle generazioni più giovani. Da tirare su a forza di tradizione orale. Un omogeneizzato di cultura. Una pappina collosa di orgo-glio, di carro di tespi, di opera lirica ammannita ai poveri…” Ecco, il decennale, nel suo distorto desiderio di trasformarsi in una ricorrente giornata del ringraziamento, ha dimenticato la storia. Ha intravisto la grandezza dell’eroismo e scordato la straordinarietà degli umili. Così i due protagonisti non si sono incontrati e gli alessandrini hanno preferito ritrovarsi nelle più genuine, intime e sentite parroc-chie dell’alluvione. Quasi che fossero due mondi: gli aiuti e gli aiutati. Insieme per un momento, ma solo per quello. Forse perché la generosità non è pelosa, come la carità e se ti senti la fai, non ha bisogno di un volto, perché ha i visi di tutti e di nessuno. Forse non la vuoi neppure ringraziare. Attendi solo di contraccambiarla. E questo può avvenire anche fra qualche generazione. Perché la solidarietà è un valore tramandato. Se, nell’aggiuntivo desiderio di celebrare, dimentichiamo la storia, i suoi protagonisti, la sua tremenda complessità e complicazione, a dieci anni di distanza che ci resta? Una città un poco più ordinata e più bella, ma perché? Un evento cambia il nostro mondo e noi, invece di studiarlo e di offrirlo nei suoi aspetti più problematici ad una città in attesa di notizie, invece di faticare sulla cognizione di un fenomeno epocale, invece di capire ancora cosa c’è che non va e quali partite sono rimaste aperte e anco-ra chi si dovrebbe assumere la responsabilità e l’onere di affrontarle, che facciamo? Andiamo per medaglie e pergamene? Non che non ci dovessero essere. Non che non abbiano fatto piacere a chi le ha ricevute. Non che non ci abbia fatto cosa gradita con-segnarle a chi le meritava, ma i meri ringraziamenti finiscono per diventare un insulto alla molteplicità dei temi, degli sforzi, del cambiamento, del sacrificio, della voglia di ricordi di un’intera città che forse aveva messo nelle cantine violate dall’acqua del Tuono buona parte della sua rimembranza. E probabilmente non abbiamo neppure re-so una vera dimensione identitaria alle vittime. Il Vescovo forse ha voluto richiamare questo stato della realtà. Forse non lo ha voluto lasciare alla retorica della liturgia laica delle celebrazioni. Un ragionamento così im-porrebbe un ripensamento per un’occasione mancata, come il decennale è stata. Sarà il caso di farlo, senza paura di scontentare nessuno, anzi, favorendo il ritorno in pos-sesso di tutti di un fenomeno collettivo, di cui pochi non devono appropriarsi. Sareb-be l’ultima delle mistificazioni inaccettabili del nostro tempo.”

Piercarlo Fabbio

 

 

 

 

 

Piercarlo Fabbio Sindaco di Alessandria