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domenica 25 ottobre 2009
Tra dismissioni e cassa, ma dov'è il futuro di Alessandria?
Il sindaco Fabbio spiega una parte della strategie sulle aziende partecipate per diminuire la confusione che alcuni hanno fatto in questi giorni
Strana la incoerenza che ha colpito, in due articoli
appaiati, i nostri scriba de La Stampa locale, oggi, domenica 25 ottobre. Per
uno si vende Aristor per fare cassa, per l’altro si tende ad acquisire la
maggioranza di Pla “in controtendenza con le recenti dismissioni”. Sia
l’uno che l’altro sbagliano, perché continuano a gettarla sulla cronaca e non su
questioni di grande respiro quali queste sono. E non sempre la cronaca riesce a
spiegare la filosofia. Anzi, in questo caso ne nega l’essenza e la veridicità.
Mi spiego, il vendere una società o l’acquisire il controllo maggioritario di
un’altra sono semplici strumenti di una strategia. Basta conoscerla. E come fare
per far ciò? È sufficiente leggere la storia della nostra Amministrazione
Comunale in questi due anni attraverso alcuni documenti come il Programma di
Mandato 2007-2012 oppure quali la delibera quadro del 2008 in cui il Consiglio
ha dato indirizzi precisi alla Giunta rispetto al futuro di una parte del
comparto delle aziende controllate.
Se non ci si ricorda, perché troppo affezionati al presente, provo a fare un
minimo di riassunto delle puntate precedenti.
Intanto è orientamento strategico prevalente quello di abbattere il numero delle
partecipate. Vi sono settori, però, in cui il Comune deve avere un ruolo; altri,
invece, che devono vedere il suo ritiro per effetto di una ormai matura
disponibilità del mercato, in modo da poter applicare pienamente il principio di
sussidiarietà costituzionalmente sancito.
Lo si è fatto per le farmacie (concedendo la gestione ad un privato per l’80%
delle quote) e non mi pare che i cittadini abbiano sofferto di detta decisione.
Anzi, proprio per la maggiore disponibilità di questo blocco, si è giunti a
definire un orario d’apertura più ampio che favorirà coloro che hanno necessità
anche nella pausa pranzo, ad esempio, di rifornirsi di medicinali. Non vi
anticipo i dati di bilancio, ma credo che alcuni costruttori di malaugurati
scenari dovranno ricredersi o, al meglio, dimenticarsi di ciò che hanno detto o
scritto qualche mese fa.
Per effetto del principio di sussidiarietà orizzontale (non faccia il Comune
quello che possono fare i privati ) l’Aristor va venduta, affinché ci si possa
ritirare da un settore non qualificante per l’Ente Locale. Peraltro noi perdiamo
risorse importanti nel gestire il disavanzo di Aristor e irrigidiamo la spesa.
Abbiamo bisogno di recuperare disponibilità per renderla flessibile e poter
rispondere anche alle emergenze che, malgrado tutto, non ci dicono prima di
essere tali. I privati operano benissimo in tale settore (basti dire che lo
fanno per Ospedali, Case di cura, grandi aziende manifatturiere) e possono
utilizzare una buona struttura e il personale che nel corso degli anni ha
sviluppato importanti professionalità. Cosa c’entri qui il “fare cassa” –
descrizione sintetica di una necessità impellente che non si ha, perché un conto
è non avere danaro, un conto è aspettare, per esempio, 9 milioni di euro dalla
Regione e che tardano ad arrivare, ma che, prima o poi giungeranno oppure aver
perso il flusso della TIA per la sciagurata decisione della Giunta precedente di
lasciare al Consorzio Rifiuti la sua esazione, sguarnendo così il Comune da un
introito utile per pagare dipendenti e fornitori in tempi più stretti – è un
mistero che una carta stampata più misurata nella ricerca a tutti costi della
notizia a senso unico dovrebbe tentare di svelare. Certo che il Comune ha avuto
manifestazioni d’interesse, altrimenti avrebbe atteso a bandire la gara, ma
dichiarare di essere attratti da un affare non significa avere la certezza
matematica (o in tempo di crisi, le disponibilità economiche) di condurlo in
porto. E una gara può andare deserta. Basta avere la pazienza di attendere,
riverificare i conti, ricanalizzare le disponibilità e riproporre al mercato
l’offerta. Il resto sono potenziali retroscena che non raccogliamo, in quanto
qualsiasi altro avrebbe potuto scriverne di altrettanti in senso contrario.
Insomma, righe per occupare spazio su carta.
Ben diverso il discorso sulla logistica. Qui il Comune vuole esserci: è una
delle gambe dello sviluppo della città. Ci mancherebbe ancora che ci
ritirassimo. Ma anche qui si gira intorno al problema occupandosi di
particolari, tanto scrivere contro il Comune è un must al quale è
conveniente non sottrarsi, piuttosto che rilevare lo sforzo che si cerca di fare
per mettere a posto le stupidaggini fatte in passato (che dire di un’azienda che
è praticamente ferma sul piano del business per mancanza dell’area dove operare
e ha già un Presidente, un direttore generale, un amministratore delegato ed un
consigliere delegato, oltre ad un consiglio d’amministrazione e una sede nuova,
che costa circa 350 mila euro l’anno e dove il Comune non può decidere perché ha
un capitale minoritario)?
La logistica deve passare – almeno nella fase promozionale, quella del marketing
territoriale e delle decisioni sulle destinazioni d’uso del territorio –
attraverso una forte presenza della Pubblica Amministrazione prima di tutto in
funzione di garanzia e poi come motore dello sviluppo. O forse piace di più una
città che non cerca di attrarre capitali dall’esterno e preferisce rimanere
appisolata ad attendere che qualcuno, forse, domani, la contatti, accorgendosi
improvvisamente di lei? A quest’atteggiamento nichilistico preferiamo rispondere
con una forte iniziativa. E se questo vuol dire essere “in controtendenza”, lo
riconfermo: siamo in controtendenza rispetto ad un passato che a molti
concittadini non è piaciuto per niente e che non vogliamo diventi anche il
nostro futuro. Siamo in controtendenza con chi crede che questa città debba
morire così. Siamo in controtendenza con coloro che sperano che non si riesca e
tifano per il tanto peggio, tanto meglio. Alessandria non ritengo li meriti e
magari non li sopporta neppure.
Piercarlo Fabbio
Sindaco di Alessandria
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